Finzioni – Jorge Luis Borges – 1944

In Jorge Luis Borges, nei suoi paradossi e nei suoi infiniti infiniti, vive tutta l’incertezza angosciante del ‘900. Nella sua profonda conoscenza dei testi sacri e di una vastità di testi classici della letteratura, non possiamo che perderci, come nel magnifico racconto La biblioteca di Babele:

Forse mi inganneranno la vecchiaia e la paura, ma sospetto che la specie umana – l’unica – stia per estinguersi e che la Biblioteca sia destinata a permanere: illuminata, solitaria, infinita, perfettamente immobile, armata di volumi preziosi, inutile, incorruttibile, segreta.
[…]
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Il flauto di vertebre – Vladimir Majakovskij – 1916

In Majakovskij vive l’illusione e la delusione della rivoluzione sovietica. Nella poetica del Flauto di Vertebre legata al cubofuturismo vive tutta la potenza e la ribellione di un 23enne in cerca di un nuovo futuro dinamico e rivoluzionario.

La mia gioia ricoprirà il ruggito
della massa, dimentica
del tepore domestico.
Uomini,
ascoltate!

Uscite dalle trincee,
combatterete dopo.

Anche se la battaglia dura,
ubriaca di sangue e vacillante come Bacco,
le parole d’amore non saranno vane.

Reclama e declama come in manifesti urlati e gridati la libertà, ma anche il senso d’oppressione e d’inutilità delle trincee, delle città, della normalità della classe borghese.

Fu allora che, spiegazzate le coltri dei lampioni,
la notte oscena e ubriaca si snervò d’amore,
mentre arrancava dietro i soli delle strade,
inutile a tutti, la flaccida luna.

Incombono sempre, sulle sue parole pesanti e terribili, l’ombra del dolore, guerresca e primitiva, e il demoniaco spettro del fallimento dei sogni. Si darà dunque la morte violentemente, suicidandosi con un colpo di pistola.

Il nichilismo ricorre spesso con un’espressività grave e cinica nei suoi testi.

Perirà tutto.
Tutto svanirà.
E il raggio estremo,
che muove la vita,
sopra il buio dei pianeti,
brucerà dagli ultimi soli.
Ma solo il mio dolore
è più straziante:
sto ritto,
avvolto dal fuoco,
sul falò che non arde
d’un amore impossibile.

La terra desolata – Thomas Stearns Eliot – 1922

Capolavoro della poesia del ‘900, La terra desolata è pervasa dallo sconforto personale di Eliot, all’epoca in preda a problemi psichici, e dal deserto, dalla disillusione e dal senso di morte e inutilità lasciati dalla follia della I guerra mondiale (l’opera è infatti scritta 4 anni dopo la guerra, nel 1922).

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.

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L’opera al nero – Marguerite Yourcenar – 1968

La Nigredo, o Opera al nero, è la prima delle fasi dell’Opera Alchemica. Solitamente queste fasi sono tre (nero, bianco, rosso) anche se ne troviamo versioni con un maggior numero di fasi, quasi sempre associate a dei colori.

Il protagonista di questo romanzo storico-filosofico è Zenone, frutto della fantasia e della cultura di Marguerite Yourcenar, ma in realtà commistione di vari alchimisti e filosofi realmente esistiti. Impossibile non sentirvi l’eco di Paracelso e Tommaso Campanella.

Non esiste accomodamento durevole tra coloro che cercano, pensano, analizzano e si onorano di pensare domani diversamente da oggi, e coloro che credono o affermano di credere, e obbligano con la pena di morte i loro simili a fare altrettanto

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Foglie d’Erba – Walt Whitman – 1855-1891

Questa strabordante raccolta di poesie, che chi di voi ha letto conoscerà nella sua ultima edizione completa, originariamente era un insieme di soli 12 componimenti, senza titolo, anonima.

Fin dall’inizio rivendica sia la libertà individuale che la necessità di proiettare i propri sforzi e i propri intenti verso l’umanità futura, in un afflato energico di speranza.

Io canto l’individuo, la singola persona, al tempo stesso canto la Democrazia, la massa. L’organismo, da capo a piedi, canto, la semplice fisionomia, il cervello da soli non sono degni della Musa: la Forma integrale ne è ben più degna, e la Femmina canto parimenti che il Maschio. Canto la vita immensa in passione, pulsazioni e forza, lieto, per le più libere azioni che sotto leggi divine si attuano, canto l’Uomo Moderno.

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Le anime morte – Nikolaj Vasil’evič Gogol’ – 1842

Le anime morte di Gogol è il suo romanzo più celebre e uno dei più importanti della letteratura russa e mondiale. Sancisce un nuovo inizio, dove gli autori iniziano a guardare alla Rus’ con occhi disincantati.

Dirà Dostoevskij “Siamo tutti nati dal cappotto di Gogol, noi scrittori russi”, con riferimento all’omonimo e celeberrimo racconto.

Il romanzo è infarcito di un’ironia spesso spietata e di personaggi grotteschi e meschini:

ogni cosa in essa era solida, goffa al massimo grado e aveva una certa strana somiglianza con il padrone di casa; in un angolo del salotto c’era un panciuto scrittoio di noce su quattro sgraziatissime gambe, un autentico orso. Il tavolo, le poltrone, le sedie, tutto era del tipo più pesante e scomodo – insomma, ogni oggetto, ogni sedia pareva dire: “E anch’io sono Sobakevič!” oppure: “E anch’io assomiglio tutto a Sobakevič!”

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Demian – Hermann Hesse – 1919

Hermann Hesse, con tratti autobiografici, racconta con profonde riflessioni sull’esistenza e sulla ricerca personale la bipolare scissione tra la ricerca del Bene e l’attrazione del Male, interrogandosi sulla natura e il senso della vita di ogni individuo.

Certo, che cosa sia un uomo realmente vivo si sa oggi meno che mai, e
perciò si ammazzano gli uomini in grandi quantità, mentre ognuno di essi è un tentativo prezioso e unico della natura. Se non fossimo qualcosa più di uomini unici, se si potesse veramente togliere di mezzo ognuno di noi con una pallottola, non ci sarebbe ragione di raccontare storie. Ogni uomo però non è soltanto lui stesso; è anche il punto unico, particolarissimo, in ogni caso importante, curioso, dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola, senza ripetizione. Perciò la storia di ogni uomo è importante, eterna, divina, perciò ogni uomo fintanto che vive in qualche modo e adempie il volere della natura è meraviglioso e degno di ogni attenzione.

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Le Baccanti – Euripide – 407 BCE

Euripide narra in questo inno al disordine di queste splendide baccanti che rifuggono dalla loro costrizione di cittadine della Polis per fuggire nei boschi e darsi al dionisiaco in un tripudio orgiastico e ferino, comandate da Agave.

Il quadro è di William-Adolphe BouguereauLa giovinezza di Bacco (1884)

le donne ci hanno lasciato vuote le case
per rituali falsi da invasate, brancolano su ai monti
nel profondo dei boschi; sono in adorazione di questo demonio, l’ultima novità,
Dionìso – ‘chiunque egli sia’ -, e ballano.
In mezzo ai loro tiasi le coppe traboccano di vino
E loro se ne stanno acquattate, ciascuna in segreto,
pronte a servire alle voglie dei maschi.
Bella scusa, che loro sono Menadi, che loro sono sacerdotesse esperte!
La verità è che avanti a Bacco mettono Afrodite.

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Il deserto dei Tartari – Dino Buzzati – 1940

Questo gioiello della letteratura italiana del ‘900, scritto da Dino Buzzati a 34 anni mentre incombeva la WWII, ci trascina nell’esotica e desertica inquietudine di vivere in attesa di una morte o d’un nemico che non arriva mai, intessendo con un’angoscia sottile che non raggiunge mai un climax una storia fatta d’attesa fuori dal tempo e dallo spazio, nella remota Fortezza Bastiani.

Proprio allora dai fondi recessi uscì limpido e tremendo un nuovo pensiero: la morte.
Gli parve che la fuga del tempo si fosse fermata, come per rotto incanto. Il vortice si era fatto negli ultimi tempi sempre più intenso, poi improvvisamente più nulla, il mondo ristagnava in una orizzontale apatia e gli orologi correvano inutilmente. La strada di Drogo era finita; eccolo ora sulla solitaria riva di un mare grigio e uniforme, e attorno né una casa né un albero né un uomo, tutto così da immemorabile tempo.
Dagli estremi confini egli sentiva avanzare su di sé un’ombra progressiva e concentrica, era forse questione di ore, forse di settimane o di mesi; ma anche i mesi e le settimane sono ben povera cosa quando ci separano dalla morte.

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I fiori del male – Charles Baudelaire – 1857

I fiori del male, originariamente Les Fleurs du Mal, si sarebbe dovuto intitolare Les lesbiennes (Le lesbiche), poiché Baudelaire amava titoli che fossero come “petardi”:

“j’aime les titres mystérieux ou les titres pétards”

“amo i titoli misteriosi o i titoli petardi”

Ma questo cambiamento del titolo non gli bastò a passare la censura, che eliminò sei poesie e costrinse Baudelaire e il suo editore al pagamento di una multa.

Per chi se lo stesse chiedendo le sei poesie in questione sono “I gioielli” , “Il Lete” , “A quella che è troppo gaia” , “Lesbo” , “Femmine dannate” , “Le Metamorfosi del vampiro”.

Simbolista e precursore del decatentismo, scrisse questi versi carichi d’erotismo e morte con furore e pazienza (parole sue in una lettera di presentazione dell’opera).

Il flacone

Ci son profumi forti per cui ogni materia
è porosa. Penetrano, diresti, anche il vetro.
Aprendo un cofanetto venuto dall’Oriente
con serratura che cigola e resiste stridente,
o, in una casa vuota, un qualche armadio, cupo
e polveroso, pieno dell’acre odore del tempo,
a volte trovi un vecchio flacone, che ricorda,
da dove sgorga viva un’anima, che torna.
Mille pensieri dormivano, crisalidi funebri,
fremendo dolcemente nelle spesse tenebre,
e liberando le ali prendono il loro volo,
tinti d’azzurro, brillanti di rosa, listati d’oro.
Ecco il ricordo che volteggia nella caligine
inebriante; gli occhi si chiudono, Vertigine
afferra l’anima vinta e la spinge a due mani
nell’abisso oscurato dai miasmi umani;
l’abbatte ai bordi d’un abisso millenario,
ove Lazzaro maleodorante lacera il sudario,
si muove nel risveglio il cadavere spettrale
d’un vecchio amore rancido, splendido e sepolcrale.
Così quando sarò perduto nel ricordo
umano, nell’angolo d’un sinistro armadio
buttato là, io, vecchio flacone desolato,
decrepito, polveroso, sporco, abietto, crettato,
viscoso, ti farò da bara, amabile pestilenza!
Testimone di tua forza e di tua virulenza,
veleno caro, preparato dagli angeli! Liquore
che mi corrode, vita e morte del mio cuore.

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