Demian

Demian – Hermann Hesse – 1919

Hermann Hesse, con tratti autobiografici, racconta con profonde riflessioni sull’esistenza e sulla ricerca personale la bipolare scissione tra la ricerca del Bene e l’attrazione del Male, interrogandosi sulla natura e il senso della vita di ogni individuo.

Certo, che cosa sia un uomo realmente vivo si sa oggi meno che mai, e
perciò si ammazzano gli uomini in grandi quantità, mentre ognuno di essi è un tentativo prezioso e unico della natura. Se non fossimo qualcosa più di uomini unici, se si potesse veramente togliere di mezzo ognuno di noi con una pallottola, non ci sarebbe ragione di raccontare storie. Ogni uomo però non è soltanto lui stesso; è anche il punto unico, particolarissimo, in ogni caso importante, curioso, dove i fenomeni del mondo s’incrociano una volta sola, senza ripetizione. Perciò la storia di ogni uomo è importante, eterna, divina, perciò ogni uomo fintanto che vive in qualche modo e adempie il volere della natura è meraviglioso e degno di ogni attenzione.

Scritto durante un periodo di esaurimenti nervosi e depressione, durante la WWI, dunque in un periodo di grande incertezza, rappresenta appieno il turbamento di un adolescente fragile e coraggioso, desideroso di vivere istinti ed emozioni ma contrastato da un sistema che lo vorrebbe omologare.

Così viene affascinato da grandi e seducenti personalità, ognuno con la sua morale, ognuno a modo suo maestro, buono o cattivo che sia.

Questa figura mi attirava a sé e mi accoglieva in un abbraccio amoroso accompagnato da brividi. Voluttà e raccapriccio erano fusi insieme, l’amplesso era un atto religioso e nello stesso tempo un delitto. Troppi ricordi di mia madre e dell’amico Demian erano presenti nella figura che mi abbracciava. Era un amplesso che urtava contro ogni rispetto, eppure dava la beatitudine. Molte volte mi
svegliavo da questo sogno con un profondo sentimento di felicità; altre volte invece con angoscia mortale e con la coscienza tormentata come da un orribile peccato.

Questo romanzo è dunque di profonda crisi interiore, ma Hesse vi mostra anche la grandiosità della possibilità di trovare la propria via e della rinascita, spirituale in primis, anche tramite l’amore senza limiti e l’eros.

Così era dunque la nuova immagine in cui mi si manifestava il destino,
non più severo e allontanante, ma pieno di gioia e di maturità. Non presi alcuna decisione, non feci alcun voto: ero arrivato a una meta, a un rilievo della strada donde il proseguimento appariva splendido e lontano, teso verso terre promesse, ombreggiato dagli alberi di una felicità vicina, rinfrescato dagli orti di tutti i piaceri. Qualunque fosse la mia sorte, ero beato di sapere che c’era al mondo quella donna, di bere la sua voce, di respirare la sua presenza Mi diventasse madre, amante, dea, purché ci fosse! Purché la mia strada corresse accanto alla sua.

 

Ripensi al passato e si chieda: è stata proprio tanto difficile
la strada? Soltanto difficile? Non era anche bella? Ne avrebbe lei saputo trovare una più bella e più facile?»
Scossi il capo e dissi come nel sonno: «È stato difficile, molto difficile,
finché venne il sogno.»
Ella approvò e mi guardò con occhi penetranti.
«Già, bisogna trovare il proprio sogno perché la strada diventi facile. Ma non esiste un sogno perpetuo. Ogni sogno cede il posto a un sogno nuovo, e non bisogna volerne trattenere alcuno.»
Queste parole mi colpirono profondamente. Era già un monito? Era già una ripulsa? Comunque fosse, ero pronto a lasciarmi guidare, senza chiedere quale fosse la meta.
«Non so» replicai «quanto debba durare il mio sogno. Vorrei che fosse
eterno. Sotto l’immagine dello sparviero il mio destino mi ha accolto come una madre e come un’amante. A esso appartengo e a nessun altro.»
«Fintanto che il sogno è il suo destino lei deve restargli fedele» confermò con serietà.

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