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Foglie d’Erba – Walt Whitman – 1855-1891

Questa strabordante raccolta di poesie, che chi di voi ha letto conoscerà nella sua ultima edizione completa, originariamente era un insieme di soli 12 componimenti, senza titolo, anonima.

Fin dall’inizio rivendica sia la libertà individuale che la necessità di proiettare i propri sforzi e i propri intenti verso l’umanità futura, in un afflato energico di speranza.

Io canto l’individuo, la singola persona, al tempo stesso canto la Democrazia, la massa. L’organismo, da capo a piedi, canto, la semplice fisionomia, il cervello da soli non sono degni della Musa: la Forma integrale ne è ben più degna, e la Femmina canto parimenti che il Maschio. Canto la vita immensa in passione, pulsazioni e forza, lieto, per le più libere azioni che sotto leggi divine si attuano, canto l’Uomo Moderno.

Con parole irrequiete e gridate, Whitman inneggia alla vita e al presente.

Contemplare un’alba! La poca luce fa svanire le ombre diafane, immense, l’aria sa di buono al mio palato.
Abbagliante, tremenda, con che rapidità m’ucciderebbe un’alba, se io non potessi ora e sempre irraggiare un’alba da me. Noi pure sorgiamo, abbaglianti e tremendi come il sole, e fondiamo la nostra aurora, o anima mia, nella calma frescura dell’alba.

L’opera intera è un febbrile e ribelle tripudio di libertà, sensualità, fratellanza, che non lesina amare riflessioni e trasmette grandi passioni, un profondo rispetto per la figura della donna, per gli altri artisti, per l’uomo umile e povero che cerca la vita concreta.

tutto scompare fuorché noi due, libri, arte, religione, tempo, la terra solida e visibile, e ciò che ci si aspettava dal cielo o si temeva dall’inferno, ora sono consumati, folli filamenti, ingovernabii germogli che ne promanano, altrettanto ingovernabile la reazione, capelli, petto, fianchi, gambe che si piegano, mani che cadono in negligente abbandono, come le mie, riflusso colpito dal flusso e flusso colpito dal riflusso, carne d’amore che inturgidisce e fa dolcemente male, getti d’amore senza limiti caldi ed enormi, tremante gelatina d’amore, biancofiorito, delirante succo, notte d’amore dello sposo che dura sicura e dolce sino all’alba prostrata che ondeggia sino al giorno compiacente e docile, perduta nella fessura del giorno che abbraccia ed ha tenera la carne.

La nostra generazione lo conosce anche grazie al film L’attimo fuggente (Dead Poets Society) del 1989, dove in una celebre scena i personaggi recitano Oh Capitano! oh mio Capitano!:

Oh Capitano! oh mio Capitano! sorgi, odi le campane, sorgi, per te è issata la bandiera, per te squillano le trombe, per te i fiori e ghirlande legate con i nastri – per te le nere rive, perché te invoca la ondosa folla, volgendo il volto ansiosi; ecco, o Capitano, o diletto padre, con il braccio ti sostengo il capo, non è che un sogno che, sopra il ponte, sei caduto, freddo, morto.

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