deserto

Il deserto dei Tartari – Dino Buzzati – 1940

Questo gioiello della letteratura italiana del ‘900, scritto da Dino Buzzati a 34 anni mentre incombeva la WWII, ci trascina nell’esotica e desertica inquietudine di vivere in attesa di una morte o d’un nemico che non arriva mai, intessendo con un’angoscia sottile che non raggiunge mai un climax una storia fatta d’attesa fuori dal tempo e dallo spazio, nella remota Fortezza Bastiani.

Proprio allora dai fondi recessi uscì limpido e tremendo un nuovo pensiero: la morte.
Gli parve che la fuga del tempo si fosse fermata, come per rotto incanto. Il vortice si era fatto negli ultimi tempi sempre più intenso, poi improvvisamente più nulla, il mondo ristagnava in una orizzontale apatia e gli orologi correvano inutilmente. La strada di Drogo era finita; eccolo ora sulla solitaria riva di un mare grigio e uniforme, e attorno né una casa né un albero né un uomo, tutto così da immemorabile tempo.
Dagli estremi confini egli sentiva avanzare su di sé un’ombra progressiva e concentrica, era forse questione di ore, forse di settimane o di mesi; ma anche i mesi e le settimane sono ben povera cosa quando ci separano dalla morte.

Così veniamo trascinati inesorabilmente in questa fiaba di monotonia e solitudine, di sabbia e pietra, d’incertezza del futuro, della speranza che accada qualcosa e della quasi certezza che non accadrà quasi mai niente di sorprendente.

ciascuno ha le proprie occupazioni, ciascuno basta appena a se stesso

Dilaga la mediocrità del quotidiano, tutto è sempre uguale: un caos apparente che ben presto viene represso e riportato all’ordine. L’unica speranza di rompere questa ciclicità ineluttabile è distruttiva.

Così la pianura rimase immobile, ferme le nebbie settentrionali, ferma la vita regolamentare della Fortezza, le sentinelle ripetevano sempre i medesimi passi da questo a quel punto del cammino di ronda, uguale il brodo della truppa, una giornata identica all’altra, ripetendosi all’infinito, come soldato che segni il passo. Eppure il tempo soffiava; senza curarsi degli uomini passava su e giù per il mondo mortificando le cose belle; e nessuno riusciva a sfuggirgli, nemmeno i bambini appena nati, ancora sprovvisti di nome.

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