Il flauto di vertebre

Il flauto di vertebre – Vladimir Majakovskij – 1916

In Majakovskij vive l’illusione e la delusione della rivoluzione sovietica. Nella poetica del Flauto di Vertebre legata al cubofuturismo vive tutta la potenza e la ribellione di un 23enne in cerca di un nuovo futuro dinamico e rivoluzionario.

La mia gioia ricoprirà il ruggito
della massa, dimentica
del tepore domestico.
Uomini,
ascoltate!

Uscite dalle trincee,
combatterete dopo.

Anche se la battaglia dura,
ubriaca di sangue e vacillante come Bacco,
le parole d’amore non saranno vane.

Reclama e declama come in manifesti urlati e gridati la libertà, ma anche il senso d’oppressione e d’inutilità delle trincee, delle città, della normalità della classe borghese.

Fu allora che, spiegazzate le coltri dei lampioni,
la notte oscena e ubriaca si snervò d’amore,
mentre arrancava dietro i soli delle strade,
inutile a tutti, la flaccida luna.

Incombono sempre, sulle sue parole pesanti e terribili, l’ombra del dolore, guerresca e primitiva, e il demoniaco spettro del fallimento dei sogni. Si darà dunque la morte violentemente, suicidandosi con un colpo di pistola.

Il nichilismo ricorre spesso con un’espressività grave e cinica nei suoi testi.

Perirà tutto.
Tutto svanirà.
E il raggio estremo,
che muove la vita,
sopra il buio dei pianeti,
brucerà dagli ultimi soli.
Ma solo il mio dolore
è più straziante:
sto ritto,
avvolto dal fuoco,
sul falò che non arde
d’un amore impossibile.

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