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Lo Straniero – Albert Camus – 1942

Meursault, il protagonista di questo breve romanzo di Camus, è forse il vero straniero. Straniero al mondo, alle emozioni, alla sorpresa ingenua, procede con ritmo cadenzato e incessante verso la fine della vita, ineluttabile, dove ogni cosa nuova è effimera, priva di senso, riconducibile all’inutile.

Un momento dopo, mi ha domandato se l’amavo. Le ho risposto che era una cosa che non significava nulla, ma che mi pareva di no. Lei ha avuto l’aria un po’ triste. Ma mentre preparava da mangiare, e per una sciocchezza, ha ancora riso in un tal modo che l’ho baciata.

Espressione del vuoto che pervade un’epoca di disgregazione dei valori, Meursault affronta il proprio destino senza agnognare alcun cambiamento, poiché puramente illusorio. Ci ricorda l’Ecclesiaste della Bibbia, per cui “tutto è vanità” (Quello che è stato è quel che sarà; quello che è stato fatto è quel che si farà; non c’è nulla di nuovo sotto il sole. C’è qualcosa di cui si possa dire: «Guarda, questo è nuovo!»? Quella cosa esisteva già nei secoli che ci hanno preceduto. 11 Non rimane alcun ricordo delle cose passate, e così non rimarrà alcun ricordo delle cose che accadranno tra coloro che verranno in seguito.)

Allora mi ha chiesto se non mi interessava un cambiamento di vita. Ho risposto che non si cambia mai di vita, che del resto tutte le vite si equivalgono e che la mia, così com’era, non mi dispiaceva affatto. Lui mi è parso scontento, ha detto che rispondevo sempre a metà, che non avevo ambizione e che questo era disastroso, negli affari. Poi sono tornato al lavoro. Avrei preferito non scontentarlo, ma non vedevo una ragione di modificare la mia vita. A pensarci bene, non ero infelice.

Ed è sotto questo stesso Sole sotto cui non c’è nulla di nuovo, sotto il sole ardente d’Algeri e le sue ombre che Meursault viene coinvolto, suo malgrado, in un delitto. Ma anche questo delitto, l’arresto e la prigione non smuoveranno Meursault dal suo laconico modo d’affrontare l’ineluttabile destino. Soltanto verso la fine, provocato nel suo ateismo spirituale e logico, ha un sussulto, un impeto, un moto rabbioso, vitale:

Voleva ancora parlarmi di Dio, ma mi sono avvicinato a lui e ho cercato di spiegarli un’ultima volta che mi restava soltanto poco tempo. Non volevo sprecarlo con Dio. Ha cercato di cambiar discorso chiedendomi perché lo chiamavo «signore» e non «padre». Questo mi ha dato ai nervi e gli ho risposto che non era mio padre: era anche lui come gli altri.
«No, figlio mio», mi ha detto mettendomi la mano sulla spalla. «Io sono come te. ma tu non puoi saperlo perché hai un cuore cieco. Io pregherò per te».
Allora, non so per quale ragione, c’è qualcosa che si è spezzato in me. Mi sono messo a urlare con tutta la mia forza e l’ho insultato e gli ho detto di non pregare e che è meglio ardere che scomparire. L’avevo preso per la sottana. Riversavo su di lui tutto il fondo del mio cuore con dei sussulti misti di collera e di gioia. Aveva l’aria così sicura, vero? Eppure nessuna delle sue certezze valeva un capello di donna. Non era nemmeno sicuro di essere in vita dato che viveva come un morto. Io, pareva che avessi le mani vuote. Ma ero sicuro di me, sicuro di tutto, più sicuro di lui, sicuro della mia vita e di questa morte che stava per venire. Sì, non avevo che questo. Ma perlomeno avevo in mano questa verità così come essa aveva in mano me. Avevo avuto ragione, avevo ancora ragione, avevo sempre ragione. Avevo vissuto in questo modo e avrei potuto vivere in quest’altro. Avevo fatto questo e non avevo fatto quello. Non avevo fatto una tal cosa mentre ne avevo fatto una talaltra. E poi? Era come se avessi atteso sempre quel minuto… e quell’alba in cui sarei stato giustiziato. Nulla, nulla aveva importanza e sapevo bene il perché. Anche lui sapeva perché. Dal fondo del mio avvenire, durante tutta questa vita assurda che avevo vissuta, un soffio oscuro risaliva verso di me attraverso annate che non erano ancora venute e quel soffio uguagliava, al suo passaggio, ogni cosa che mi fosse stata proposta allora nelle annate non meno irreali che stavo vivendo. Cosa mi importavano la morte degli altri, l’amore di una madre, cosa mi importavano il suo Dio, le vite che ognuno si sceglie, i destini che un uomo si elegge, quando un solo destino doveva eleggere me e miliardi di privilegiati che, come lui, si dicevano miei fratelli? Capiva, capiva dunque? Tutti sono privilegiati. Non ci sono che privilegiati. Anche gli altri saranno condannati un giorno. Anche lui sarà condannato.

Leggendo quest’opera molti di voi si ritroveranno in alcuni ragionamenti di Meursault, nell’essersi posti in questi piani superiori e vuoti dell’esistenza, dove la vita si mostra nella sua assurdità e nella sua vacuità, e al contempo non vorranno vederlo; ma Camus ci lascia di fronte a un personaggio intelligente, su cui il giudizio è sospeso, di fronte al nostro Straniero, quello che ognuno di noi è o è stato in un momento di alienazione da un mondo in cui spesso non si riconosce.

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